Vaticano: Un Cammino di rinnovamento per una fede "non solo domenicale"
Intervista a Kiko Arguello, fondatore del Cammino Neocatecumenale
Città del Vaticano (Agenzia Fides) – "Il Cammino Neocatecumenale è uno strumento nelle mani dei Vescovi, in risposta all’ateismo e alla secolarizzazione del mondo moderno". Lo ha dichiarato, in un’intervista rilasciata all’Agenzia Fides, Kiko Arguello, fondatore del Cammino Neocatecumenale, dopo l’approvazione ad experimentum per un periodo di cinque anni degli Statuti del Cammino Neocatecumenale, avvenuta il 29 giugno presso la sede del Pontificio Consiglio dei Laici.
Kiko, come avete accolto il provvedimento di approvazione degli Statuti del Cammino?
Siamo molto contenti di questi Statuti, dopo il duro lavoro di questi anni per elaborarli. Ringraziamo il Santo Padre che ci ha aiutato moltissimo. Diciamo grazie di cuore a Dio, al Papa, a mons. Stafford e mons. Rylko, del Pontificio Consiglio per i Laici, che hanno lavorato con noi. Ricordo che nel primo incontro con il Santo Padre, a Castelgandolfo, il 5 settembre 1979, egli ci parlò di ateismo-battesimo-catecumenato. Allora non mi era chiaro perchè anteponesse il battesimo al catecumenato: ma quel discorso lo abbiamo compreso più avanti. Visitando la parrocchia di Santa Maria Goretti a Roma, il Papa ci chiese se avevamo riflettuto sulla genesi del Cammino Neocatecumenale e su dove fosse la debolezza della Chiesa di oggi. La risposta fu questa: per rispondere alla forza dell’ateismo moderno, della secolarizzazione, non basta per i cristiani frequentare la Messa domenicale; è necessario invece un catecumenato post-battesimale per rafforzare la fede. Il Papa, che veniva dall’esperienza dell’ateismo comunista, ha visto nel Cammino qualcosa che sentiva profondamente, una realtà molto vicina alla sua esperienza. Questi Statuti delineano il Cammino Neocatecumenale non come un’associazione, ma come un catecumenato post-battesimale, un cammino di iniziazione cristiana, uno strumento dato dalla Santa Sede ai Vescovi perché si possa riscoprire il battesimo, in risposta all’ateismo del mondo moderno.
Quali sono i vostri rapporti con la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, oggi e in futuro?
I rapporti sono ottimi. Nell’aprile scorso, in collaborazione con il Dicastero di Propaganda Fide, abbiamo tenuto in Malesia un incontro con 120 vescovi dell’Asia, da India Filippine, Corea, Giappone. Il Cardinale Sepe ha inviato una lettera bellissima, perché alcuni Vescovi asiatici volevano conoscere il Cammino, che in quest’incontro abbiamo illustrato ai Vescovi. Noi lavoriamo in tutto il mondo per l’evangelizzazione. Speriamo che, grazie alla conferma della Santa Sede, i Vescovi abbiano uno strumento per evangelizzare perchè in Asia, ad esempio, la situazione dell’ateismo e della secolarizzazione è terribile. Di fronte alla modernità, di fronte alla "catechesi" continua che viene dal mondo, non è possibile che il cristiano viva una "Fede solo domenicale". Per questo la famiglia cristiana e la comunità cristiana vanno sostenute: noi offriamo questo sostegno, vogliamo salvare la famiglia. La Chiesa primitiva ha convertito l’impero romano, pur senza avere templi e altari: avevano solo comunità che hanno mostrato al mondo la natura in Cristo. In cosa consiste questa natura: un Cristiano si lascia crocifigge per i nemici. In questo amore il mondo crederà. Per arrivare a questo amore, c’è bisogno che il Battesimo do ogni cristiano Cresca e che la sua Fede diventi Sacramento, cioè segno visibile.
Può raccontarci una esperienza di Evangelizzazione in America Latina?
I Vescovi dell’America Latina, negli ani dell’immigrazione e urbanizzazione, ci chiesero di aiutarli. Città come Lima, San Paolo, Caracas erano tutte coronate da baraccopoli dove imperversavano numerose sette protestanti americane. La Chiesa non riusciva a contrastare questo fenomeno: i sacerdoti erano pochi e avevano molte difficoltà. Le famiglie protestanti si stabilivano nei quartieri poveri, invitavano la gente al gruppo di preghiera e, con il sostegno finanziario americano, facevano pure opere di solidarietà. E così la fede cattolica stava scomparendo. Allora abbiamo inviato numerose famiglie che, con il mandato e la benedizione del Papa, hanno ricominciato la loro vita nelle baracche delle metropoli sudamericane ed evangelizzavano. Andavano per le case mostrando una propria foto in compagnia del Papa e una icona della Vergine Maria, per sottolineare di non essere protestanti. Hanno cominciato a creare comunità di fede.
Ma vi era anche necessità di presbiteri e allora il Papa ci diede il permesso di istituire il primo Seminario Missionario Redemptoris Mater a Roma: esso forma sacerdoti che sono tutti alle dipendenze dei vescovi. Sono preti fidei donum, ma sono diocesani. Oggi abbiamo 46 seminari nel mondo. Non abbiamo bisogno di fondare una congregazione missionaria, perché è la parrocchia che, come comunità cristiana, diventa missionaria. Qui nascono famiglie missionarie, catechisti itineranti, vocazioni religiose: tutti hanno come punto di partenza la propria comunità cristiana.
Anche i nostri seminari sono diocesani: regaliamo vocazioni ai Vescovi e sosteniamo i costi della formazione dei seminaristi. I presbiteri che ne escono un nostro dono del tutto gratuito ai Vescovi.
E per l’impegno missionario in Asia?
Posso dirvi di alcune famiglie europee che sono andate in missione in Giapone. Sono nella povertà più assoluta, perché non sanno la lingua, il che è una grande povertà. Dopo anni di cammino, le nostre famiglie si sentono chiamate a portare la fede laddove la famiglia è distrutta, come in tante parti del mondo. Nel terzo millennio il grande attacco del Demonio è verso la famiglia, che è la base della società. Le famiglie, aperte alla vita, con tanti figli, danno una coraggiosa testimonianza di vita cristiana.
Ci racconta di un’esperienza in Africa?
In Africa abbiamo tre seminari (in Camerun, Zambia e Congo). Nell’evangelizzazione abbiamo avuto molte difficoltà, perché i religiosi missionari presenti sul luogo all’inizio hanno sentito una sorta di "concorrenza", non conoscendoci. Abbiamo sofferto molto in Kenya e Tanzania, dove alcune comunità cristiane ci hanno rifiutato, certo non per cattiveria ma perché non ci conoscevano e diffidavano di noi. I nostri catechisti itineranti seguono un modello primitivo: andare a due a due, senza nulla di proprio, con la sola forza della Parola di Dio. Credo che in Africa il catecumenato sia molto importante per sconfiggere le divisioni etniche, la magia, i settarismi. Chi è cristiano deve avere dentro di sé la vita eterna e compiere opere di vita eterna, che un buddista, musulmano, un marxista non possono fare. La Chiesa primitiva non dava il battesimo a chi non dimostrava con i fatti la fede ricevuta.
Nel Cammino Neocatecumenale utilizzate la musica come strumento di missione?
Come gli inni della Chiesa primitiva, i canti sono per noi proclamazione della Parola di Dio, non semplici ornamenti della liturgia. E’ la teologia messa in forma di canto, appropriata per ogni tappa del cammino. Il canto è un importantissimo strumento di missione perché crea l’unità: da una pluralità di individui, riesce a formare una koinonia, un comunità d’amore.
Alcuni, guardando la vostra esperienza di fede, parlano di "nuovo francescanesimo": vi riconoscete in questa definizione?
Non so, non sta a me dirlo. Francesco, un uomo che si convertì, contribuì al profondo rinnovamento della Chiesa del suo tempo. La nostra esperienza è cominciata andando verso i poveri, perché pensavamo che fra gli ultimi della terra fosse rivelato il Mistero della Croce di Cristo. Ma Dio aveva un altro piano per noi e ci ha donato un Cammino di fede da porre a servizio della Chiesa.
Avremmo potuto formare un’associazione riconosciuta dalla Chiesa o una congregazione, ma abbiamo preferito restare uno strumento nelle mani dei Vescovi. Anche se questo, talvolta, significa soffrire perché non tutti i vescovi accettano il nostro carisma. Ma noi siamo animati da una grande amore per la Chiesa.
Ricevete spesso delle critiche, come quella di essere un cammino elitario, selettivo…
Le critiche sono necessarie perché ci aiutano a crescere. Le calunnie, invece, ci fanno del male. Davanti noi c’è Cristo e noi percorriamo le sue orme luminose. Posso solo dire che spesso gli attacchi contro di noi derivano da una scarsa conoscenza. Da sedici secoli nella Chiesa manca il catecumenato, la gente non sa cosa sia e la Chiesa si sta abituando a una "Pastorale del tempio", curandosi del popolo che frequenta i Sacramenti. Occorre tornare alla "Pastorale del Corpo di Cristo", dove i carismi della comunità diventano mezzo di evangelizzazione. Il Camino propone un catecumenato, costituendo la Parrocchia come ‘comunità di comunità’. Nelle parrocchie, dove spesso la fede è vissuta in modo individualistico, avere una comunità cristiana di fratelli con cui condividere ogni giorno la propria fede è un dono immenso. E non è solo sociologia, ma una comunità radunata da Dio attraverso l’annunzio della Buona Novella.
Quali sono le sue speranze per il prossimo futuro?
Poter dare la vita per Cristo, giorno per giorno. La pace sia con te, e prega per me.
(P.A. 9/7/2002)