IL CAMMINO NEOCATECUMENALE
- France Catholique -
L'attuale équipe responsabile internazionale del Cammino neocatecumenale è
composta a vita, per statuto, da Kiko Argüello, responsabile di quest'équipe, da
Carmen Hernandez e da padre Mario Pezzi. Tutti e tre sono stati gli "iniziatori"
di questa "nuova realtà" che si è formata sulle tracce del Concilio Vaticano II.
Essa ha ricevuto, nel 2002, il suo statuto ufficiale nella Chiesa. Un incontro
con Kiko Argüello è significativo, in questi tempi di Epifania, di "manifestazione"
messianica nel mondo, tanto più che l'appello dei vescovi francesi ad un
rinnovamento della catechesi, "Andare al cuore della fede", continua a risuonare
in questa preparazione alla Pasqua 2004.
Intervista a Kiko Argüello, di Luc Baresta.
Luc: Quali sono i momenti principali della sua conversione?
Kiko: Ho cominciato da giovane la mia carriera di pittore in Spagna, dove sono
nato. Professionalmente prometteva bene. La mia pittura era definita "moderna"
all'epoca, avevo una clientela ed ho anche ottenuto un premio nazionale di
pittura. Fino al momento che ho abbandonato tutto per andare tra i poveri.
Luc: Come spiega questo volta faccia?
Kiko: Era il primo effetto di una crisi personale che era iniziata durante i
miei studi alle Belle Arti di Madrid, all'Accademia San Fernando. Mi sono reso
conto che la fede che la mia famiglia, cattolica, aveva cercato di trasmettermi
veniva meno. Delle domande che si originavano da una problematica esistenziale,
mi perseguitavano. Chi sono? Perché vivo?
Partecipando ad un gruppo teatrale delle Belle Arti, sono entrato in contatto
con il pensiero di Sartre in alcune sue opere: 'A Porte Chiuse', 'Le Mosche'. Ne
emergeva che la nostra aspirazione alla giustizia è vana dal momento che il
mondo in cui viviamo è irremediabilmente assurdo. Ho cercato di vivere in questa
situazione di ateismo, sotto un cielo che appariva chiuso. Per compensazione mi
sono immerso nell' Arte. Però, nonostante il consenso che incontravo, nella
stampa e alla televisione, ho provato il tormento di una perenne insoddisfazione;
il mondo aveva per me il sapore della cenere. Dentro di me mi dicevo ogni
mattina: Perché vivere ? Per dipingere? E perché dipingere? Per i soldi? E i
soldi per ottenere che cosa se nulla mi soddisfaceva? Ho pensato pure a
suicidarmi.
In questa crisi di senso e di speranza un certo aiuto mi è venuto da un'altra
corrente di pensiero, quella di Henri Bergson, che aveva rotto con il
razionalismo e dava grande importanza all'intuizione. Sorpreso scoprii che, in
fondo, il mio intuito artistico non accettava l'assurdità dell'esistenza. In
particolare ciò che mi dava la bellezza che potevo percepire nelle cose. Ma
allora, se l'assurdo non è la verità, se esiste una ragione d'essere...
Luc: Chi le diede le chiavi di questi avvenimenti interiori?
Kiko: Mi dissi: Qualcuno ci ha creati? Mi appellavo a questo Qualcuno:" Se tu
esisti, parlami, dimmi chi sono, perché esisto, per quale motivo mi hai creato.".
É così che ho avuto un incontro con Dio, nel profondo del mio essere. Ho sentito
che qualcosa accadeva dentro di me e, mi ricordo, mi sono messo a piangere, a
piangere senza sosta. Perché queste lacrime? Mi sono reso conto che la mia
situazione era simile a quella di una persona condannata a morte e alla quale si
è detto al momento dell'esecuzione: "Sei libero"...
Questo qualcosa che parlava dentro di me in questo incontro mi rendeva certo che
non solo Dio esiste ma che mi ama. Questo non per uno sforzo della mia ragione,
ma per una certezza di cui San Paolo mi diede la chiave, nella sua Lettera ai
Romani: "Lo Spirito in persona attesta al nostro spirito che siamo figli di
Dio". Questo Spirito che mi parlava in maniera così intima ed inattesa, scoprii
che mi si manifestava come lo Spirito di Gesù Cristo, il Gesù Cristo della
Chiesa cattolica e della Vergine Maria.
Allora consultai un prete e gli dissi che volevo essere cristiano. Mi domandò: "Lei
non è battezzato?" Gli risposi: "Si, lo sono". "Allora - proseguì - cosa vuole?
Confessarsi ?" Scoprì la necessità che io approfondissi la novità di questo
avvenimento. Così mi orientò verso i Cursillios de christianitad che tramite la
testimonianza di laici trasmettevano una fede vivente. Davanti a questa
testimonianza caddero molti pregiudizi che ancora avevo. Divenni catechisti e
aprii dei cursillios in diverse città della Spagna, mentre formavo un gruppo di
ricerca d'arte sacra, Grémio 62, per il quale fui condotto a fare una ricerca
sul rinnovamento liturgico europeo.
Luc: Che cosa ne è di questa ricerca e cosa ne seguì? Una testimonianza
apostolica l'ha guidata?
Kiko: Ricevetti una borsa per studiare i punti comuni tra l'arte protestante e
l'arte cattolica. Nel corso di questo viaggio europeo, con un padre domenicano e
un architetto, passai, tra l'altro, in Francia dove ho studiato Le Corbusier. Ho
così scoperto il rinnovamento liturgico che era in corso e i problemi che
incontrava. Prima di questo viaggio avevamo soggiornato in ritiro
"al deserto de Los Monegros" vicino Saragozza. É lì che ho conosciuto la storia
di Charles de Foucauld che, convertendosi, a voluto vivere il tempo nascosto di
Gesù Cristo vissuto nella famiglia di Nazareth, nel silenzio. Il domenicano che
ci guidava conosceva i "Piccoli fratelli" che vivono in questo deserto di Los
Monegros, sotto l'egida di Padre Villaume, fondatore della Congregazione che
Padre de Foucauld, eremita in Tamanrasset, aveva delineato. Provavo una grande
attrazione per questa maniera di vivere e di testimoniare.
Un altro episodio che mi si presentò, in maniera decisiva, fu la vigilia di
Natale che passavo con i miei. Mi accorsi che una nostra domestica scoppiava a
piangere in cucina, colpito dall'estremo bisogno in cui si trovava, vivendo con
nove figli ed un marito ubriacone che aveva l'abitudine di picchiarla e voleva
uccidere il figlio ribelle. Fu allora che il Signore mi ispirò di andare a far
visita a questa famiglia, scoprendo così la miseria del mondo in una specie di
baraccopoli. Un'assistente sociale mi aveva parlato di un quartiere chiamato
Palomeras Altas, dove si trovavano delle baracche luogo di incontro di zingari e
"quinquis", degli ambulanti che non sono zingari, ma il cui lavoro consiste nel
riparare pentolame. Questi "quinquilleros" avevano problemi con la polizia e
reputazione di ladri.
Ho visto con chiarezza che il Signore mi stava chiamando a lasciare tutto per
andare a vivere là. Fu l'esempio di Charles de Foucauld che mi fece scegliere
queste baracche e vi giunsi con una Bibbia e una chitarra. Trovai Dio tra i
poveri, gli emarginati. Ero disposto a mettermi ai loro piedi come ci si mette
ai piedi della Presenza reale eucaristica.
Allora gli abitanti delle baracche sono venuti a parlare con me, ad interrogarmi.
Aprivo la Scrittura al caso e la condividevo con loro, pregavo ed essi venivano
a pregare e a cantare con me. Poco a poco si è creato un clima. È stato allora
che ho fatto la conoscenza di Carmen Hernandez, una missionaria che il vescovo
di Ovro, in Bolivia, aveva sollecitato per una missione presso i minatori
boliviani. Lei cercava un gruppo di laici e sentì parlare di me da una delle sue
sorelle. Venne alle baracche e fu molto sorpresa. Lei voleva convincermi ad
andare in Bolivia con lei, ma alla fine è rimasta in una baracca ad 1 km da
quella dove abitavo.
Luc: Come è arrivato a testimoniare con l'annuncio della Parola ?
Kiko: Gli zingari mi chiedevano di organizzare degli incontri. Uno di loro, un
capobanda, era stato in una casa di correzione e sapeva leggere e scrivere. Si
trattava di José Agudo. Un giorno venne a chiedermi che cosa diceva Dio nel
Vangelo a proposito delle liti, giacché era alle prese con un'altra banda di
zingari. Allora gli lessi il Sermone della Montagna. "Amate i vostri nemici",
"se ti danno uno schiaffo sulla guancia destra, porgi l'altra". Questo lo lasciò
stupefatto. Gli prestai i Fioretti di San Francesco e diventammo buoni amici.
Oggi è in Cammino, ha tredici figli, la sua famiglia si è alzata come "famiglia
in missione". É stato il responsabile della prima comunità che si è formata "tra
i poveri delle baracche".
José Agudo mi chiese con ostinazione di venire a ripetere alla sua famiglia, al
suo clan, quello che gli avevo detto di Gesù Cristo. Inizialmente ero reticente,
poiché per ma, Gesù Cristo, innanzitutto erano loro, per la croce delle loro
sofferenze di poveri. Io non intendevo insegnare loro a leggere, né insegnare
alcunché d'altro. Io mi consideravo l'ultimo. Avevo questa attitudine che mi
sembrava vicina a quella di Charles de Foucauld la cui testimonianza era nel "nascondimento".
Eppure davanti all'ostinazione di José Agudo sono andato dagli zingari. Mi
ricordo che si entrava per una sorta di grotta oscura. Fui invitato a parlare di
Gesù Cristo risorto. Una voce di donna mi interruppe improvvisamente: "L'avete
visto ? Io no, la sola cosa che so è che mio padre è morto e che nessuno è
tornato dal cimitero. Quando avrete visto qualcuno che è tornato dal cimitero,
allora vi darò retta! ". La riunione finì appena iniziata. Ma questa donna mi ha
reso un grande servizio. Ritrovai il passaggio degli Atti degli Apostoli in cui
il governatore Festo parlava di San Paolo prigioniero al re Agrippa: "Vorrei che
lo ascoltassi perché parla di un certo Gesù che è morto e che Paolo dice essere
in vita." È esattamente la testimonianza che quella donna voleva.
Mi sono reso conto che il nucleo centrale della predicazione apostolica stava
tanto nella fede nella Croce redentrice quanto nella resurrezione, cioè nel
mistero pasquale. Questi poveri hanno raprresentato come il luogo privilegiato
in cui il Signore ha operato, come in un laboratorio, una sintesi kerygmatica e
catechetica oggi predicata nel mondo intero.
Essa contiene, in effetti, questa realtà paradossale, ma fondamentale, per cui
Cristo è morto per tutti. Nasce dunque un' antropologia secondo la quale l'uomo,
ridotto alle sue sole forze umane, resta prigioniero del suo egoismo e della sua
fragilità. Non può darsi all'altro perché il peccato originale ha profondamente
ferito la sua natura. Sappiamo che siamo fatti per amare, ce lo mostra una legge
naturale, eppure non siamo realmente capaci di amare. L'egoismo ci si impone
come una forma di morte profonda, di cui la morte fisica non è che un segno.
Cristo ci salva rigenerandoci interiormente nel dono del suo Spirito che, nel
battesimo, ci costituisce "figli di Dio" perché seppellisce l'uomo vecchio nelle
acque della morte e fa rinascere in Cristo ad una vita nuova, eterna. Per la
grazia del Battesimo la nostra natura umana partecipa della natura divina. Essa
dona la capacità di amare l'altro di un amore più forte della morte, più forte
di quelle forme di morte che sono l'odio e l'inimicizia. Amerai il tuo nemico...
E questo per una vita eterna sin da ora e non solo per il domani. Questo è il
cristianesimo. Una cosa impressionante. La vittoria sulla morte. Il posto
decisivo che il Concilio Vaticano II ha dato al Mistero pasquale. Il mistero del
Perdono e della vita eterna.
Questo è il motivo per cui ho dovuto abbandonare la pittura, nel modo in cui la
esercitavo allora, in vista di una carriera. Secondo quello che dice San Paolo
"a causa di Lui ho accettato di perdere tutto, ho considerato tutto come
spazzatura al fine di guadagnare Geù Cristo", prendendo dunque una coscienza
radicale del "Guai a me se non annunciassi il Vangelo".
Che dunque, serve solo l'aiuto sociale? L'uomo non è che un tubo digestivo?
oppure c'è pure bisogno di sapere se Dio esiste, sì o no? Se l'amore esiste, sì
o no?
Tra questi derelitti, per mia grande sorpresa, lo Spirito Santo ha fatto
apparire una "Koïnonia", una comunione di amore, dove si intravedeva la comunità
cristiana. Essa si costruiva su tre elementi fondamentali, un "tripode": la
Parola di Dio (annuncio kerygmatico e catechesi di sviluppo) la Liturgia o
risposta a ciò che Dio ha detto e fatto nella Storia; infine la comunità dei
catecumeni.
La mia invocazione alla Vergine Maria ebbe un giorno questa risposta: "Fare
delle comunità cristiane come la Santa Famiglia di Nazareth, che vivano in
umiltà, semplicità e lode e dove l'altro è Cristo".
Luc: Come si è svolto il vostro incontro con la Chiesa istituzionale?
Kiko: Venne il tempo in cui fu decretato dai poteri pubblici che, per ragioni
urbanistiche, le baracche dovessero essere soppresse. Quella di Carmen fu
distrutta. Io ne informai l'Arcivescovo di Madrid, Mons. Morcillo, che avevo
conosciuto ai Cursillios. Notevole fu che venne a difenderci. Quando vide le
nostre baracche e le nostre assemblee, si mise a piangere. Mi disse: "Kiko, io
non sono cristiano. A partire da oggi ti apro il mio palazz episcopale". E ha
sempre mantenuto la promessa. Inoltre, non solo ha dato un luogo di culto alle
prime comunità, ma mi ha detto: "Questa esperienza che hai fatto andrai a
portarla nelle parrocchie della mia diocesi. A condizione che il parroco sia al
centro, perché bisogna evitare ogni forma di chiesa parallela. Non aver paura,
ti aiuterò".
Allora è cominciato il nostro percorso tra problemi, persecuzioni ed
incmprensioni. Ma il vescovo ci ha sempre difeso. Continuava a dirmi: "Nella
diocesi io sono il sigillo della fede. Non aver paura".
Luc: Come si è diffusa questa iniziativa?
Kiko: Si è diffusa per l'invito dei vescovi che ci inviavano, stimolata dagli
incoraggiamenti costanti e le iniziative di Paolo VI e Giovanni Paolo II. Per
esempio, a Roma, Mons. Morcillo mi aveva dato una lettera per il Cardinale
Florite, con il quale aveva condiviso l'incarico di segretario del Concilio, e
una per il Cardinale dell'Acqua, che allora era il vicario episcopale a Roma.
Dopo diverse peripezie, senza soldi né bisaccia, la nostra équipe iniziò i suoi
annunci e le catechesi in quattro parrocchie romane. Era luglio, con un'afa
umida, mentre a Madrid fa un caldo secco...
Eravamo i primi a meravigliarci. Constatammo, allora, che si apriva. in alcune
parrocchie, un cammino di libera gestazione alla fede, di scoperta o riscoperta
del battesimo, porta di tutti i sacramenti. Colui che ha incontrato Gesù Cristo
vede la sua vita trasformarsi, non "muore" più. Per esempio la famiglia, la
gioventù, la maturità, la vecchiaia, il denaro, cambiano di significato. Anche
la malattia: con Lui, siamo supplicanti similmente alla Passione, come su di un
altare; tutto prende un diverso significato, tutto è illuminato.
Oggi la vita moderna fa perdere il senso della Fede; questa vita moderna "desacralizza"
e allo stesso tempo risacralizza con delle illusioni, degli idoli. Al di sotto
del progresso scientifico e tecnologico, che richiedono anch'essi un
discernimento, sussiste una grande insoddisfazione di fondo, la tragedia della
guerra imminente o dichiarata. Oppure regna l'indifferenza o meglio una
ignoranza venata di inquietudine, su di un fondo di nichilismo.
In che modo, quest'uomo secolarizzato, potrà scoprire un segno che lo chiami
alla fede? Gesù Cristo dice: "Amatevi come io vi ho amati". Se vi amate così,
questo amore fa sì che siate "uno", quest'uomo lo vedrà e crederà. Le parrocchie
sono chiamate a dare questo segno del "come" (come io vio ho amati), cioè il
segno dell'amore nella dimensione della Croce. Perché Dio ci ha amati quando
eravamo suoi nemici, dei peccatori.
A Roma, oggi, il Cammino è presente in un centinaio di parrocchie con circa
cinquecento comunità. Questa estensione non è frutto di alcuna abilità umana, né
di alcuna pianificazione. Eppure, malgrado le nostre debolezze ed i nostri
peccati, esso è presente oggi in un centinaio di paesi. E questo per una
costante chiamata alla conversione, a cominciare da quella dei catechisti che si
preparano a trasmettere la Parola come l'hanno essi stessi ricevuta. Alcuni di
questi catechisti sono itineranti, disponibili ad andare in qualunque parte del
mondo secondo le necessità delle diocesi lontane. Questo aspetto missionario si
fonda sull'aiuto di famiglie in missione che si offrono, sempre su richiesta dei
vescovi, per stabilirsi in zone scristianizzate o peggio, dove si rende
necessaria una implantatio ecclesiae. Infine, in gran numero sono sorte, in
questo Cammino, le vocazioni al ministero presbiterale ed alla vita religiosa,
al punto di suscitare la creazione di seminari in molti paesi.
Luc: Quale importanza riveste, secondo lei, il riconoscimento ufficiale da Roma
dello statuto del Cammino neocatecumenale?
Kiko: La invito a leggere attentamente questo statuto, perché definisce con
precisione quello che è il Cammino neocatecumenale e la sua ragione d'essere
nella Chiesa cattolica, secondo la libertà religiosa e l'autenticità cristiana.
Non c'è dubbio che questo statuto rappresenti una novità dal punto di vista
giuridico. Non appartiene al genere associativo (il Battesimo non è una "associazione"),
né al genere fondativo (non si tratta di una fondazione religiosa, nè di un
movimento). Esso si offre come uno strumento al servizio dei vescovi e presenta
loro la possibilità di realizzare una "modalità" di iniziazione cristiana di cui
sono responsabili. Vale a dire della realizzazione diocesana di questa
iniziazione e dell'educazione permanente della fede.
Luc: Come passa da questa "modalità" di iniziazione cristiana al neo-catecumenato?
Kiko: Innanzi tutto diciamo che questa "modalità" dell'iniziazione cristiana non
è definita come l'unica. Certamente ce ne sono altre, che sono realtà recenti o
antiche. Dopodiché noi siamo differenti, e di una differenza che accoglie quella
degli altri e si situa con esse in relazione fraterna.
Questa "modalità" contiene le peculiarità del Cammino neo-catecumenale per
trovare o ritrovare il senso del battesimo e, quindi, il cammino di conversione
che liberamente comporta attraverso l'annuncio (kerygma), le catechesi, i
passaggi, gli scrutini, le celebrazioni, i canti che cantano, essi stessi, la
Parola di Dio... Cioè un catecumenato.
Oggi ci sono molti "battezzati" che ne hanno bisogno. Da qui il nome - il bel
nome - come disse Giovanni Paolo II, di "neo-cateceumenato" che è, in questo
senso, post-battesimale, mentre nella tradizione della Chiesa il catecumenato si
rivolge a coloro che si preparano a ricevere il battesimo. Questa forma pre-battesimale
esiste già, con le sue istanze ecclesiali. Del resto è anche riconosciuta al
Cammino quando dei non battezzati chiedono di esservi accolti in vista del
battesimo.
Nella condizione attuale della Chiesa, molte sono le Conferenze episcopali che
parlano di una iniziazione cristiana post-battesimale. Come non considerare,
allora, l'importanza di un catecumenato rinnovato?
L'inchiesta, lanciata dall'episcopato francese, intitolata "Andare al cuore
della fede, quale futuro per la catechesi", trattiene la nostra attenzione per
la sua pertinenza, la sua apertura ed incontra, quindi, tra le disponibilità,
quelle del Cammino, il cui riconoscimento avvalla, precisa e concretizza le
linee tracciate dagli iniziatori in una regola chiara e sicura.
E giacché mi chiede qual'è ai miei occhi l'importanza di questo Statuto, le
risponderò che esso da senso alle parole che Giovanni Paolo II proferì il 5
settembre 1979 a Castel Gandolfo, in occasione del nostro primo incontro con lui.
C'eravamo Carmen, padre Mario ed io. Il Papa ci disse che, in occasione della
messa, aveva visto davanti a sè queste tre parole: ATEISMO - BATTESIMO -
CATECUMENATO. Sulle prime non capii che voleva dire, tanto più che la tradizione
poneva il catecumenato prima del battesimo. Con l'approvazione dello Statuto,
queste parole di Giovanni Paolo II mi sembrano acquisire il loro vero
significato. In forza della sua esperienza personale e della sua autorità, il
Santo Padre ha voluto dire che per rispondere alla forza dell'ateismo moderno e
alla secolarizzazione sistematica di tutta la vita, i cristiani battezzati, ma
dimentichi del loro battesimo, hanno bisogno di un catecumenato analogo a quello
della Chiesa primitiva: gestazione di una nuova creatura in cui la sintesi del
kerygma, il cambiamento di vita morale e la liturgia, sono una cosa sola.
Questo è, ai miei occhi, il fondamento dell'approvazione del Cammino
neocatecumenale.